Pubblicato da: maria rosa orrù | 2 marzo 2010

Ad Ogigia, presso Calipso

Come ogni giorno mi ritrovo  su questo promontorio e straziato nel cuore piango; continuamente guardo il mare e scrivo dei giorni che passano inesorabili.

Posso sentire  l’odore del cedro che Calipso brucia nel focolare nella grande spelonca e ascoltare il bel canto mentre tesse con la spola d’oro.

Intorno a me un bosco lussureggiante: ontani, pioppi e cipressi odorosi.

Sono finito in quest’isola a causa di Zeus  che con un fulmine ha scagliato la mia nave contro le coste dell’isola. Tutti i miei compagni sono morti, solo io mi sono salvato, trasportato dalla corrente e dal vento fino alla riva. Mi ha  accolto Calipso, mi ha  nutrito e mi ha promesso  l’immortalità.

Ora  però il mio desiderio più grande è di ritornare in patria e di riabbracciare la mia sposa e mio figlio.

Ho cominciato a costruire una zattera: ho tagliato grossi tronchi, li ho levigati  e  ho unito  con chiodi e ramponi  un saldo e alto castello, ho fatto  anche un  timone, per poterla guidare.

Intanto Calipso mi ha fornito  pane, acqua e vino rosso,  perché non soffra la fame, mi ha vestito  e poi ha mandato  un vento propizio e piacevole.

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